Il Diritto di Essere Liberi

Posted on 8 marzo 2013 · Posted in NOTIZIE M5S GIARRE
  Ho ricevuto questo scritto da Sebastiano Patti, iscritto al Meetup di Giarre. Mi piacerebbe pubblicarlo per stimolare la discussione e far riflettere le persone sulla situazione che viviamo. Il discorso si allaccia con quanto detto recentemente in un'Assemblea Pubblica da Francesco Spina sulla generazione dei 40enni che hanno perso tutte le possibilità per colpa di questa classe politica.

di Alessandro Rossi

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1Vivendo in questo Paese ed avendo avuto la possibilità di vivere al di fuori, per qualche anno, mi sono reso conto che la voglia di andar via c’è. Ti prende, di tanto in tanto. Poi, ti senti talmente italiano e siciliano che non riesci ad andar via. E rimani, con la speranza di cambiarlo, questo Paese.
A 45 anni questa voglia ti fa sentire ancora di poter dire la tua, nonostante tutto. Ed ecco che mi trovo a dire la mia.

La strana sensazione che avverto e che, durante quest’ultima campagna elettorale si è palesata con forza è che una persona attenta alla realtà non può non accorgersi che in Italia vige un senso di non libertà che è il risultato della stratificazione di comportamenti politici e collettivi che hanno ridotto lo spazio di agibilità personale a un recinto di scelte molto limitato.
Mentre la politica di destra difendeva i grandi interessi e privilegi, quella di sinistra difendeva quelli piccoli. Non potendosi annullare a vicenda, ognuno si è accontentato di tutelare la propria parte di società, ammettendo che l’altro difendesse la sua. Ne è conseguito che, chi vive in Italia e non fa parte né dei grandi privilegiati né dei piccoli, si rigira su se stesso e, come una trottola, appena finita la spinta cade e si ferma.
Generazioni-a28552322È sufficiente parlare con i giovani neolaureati, per rendersi conto che, nelle loro parole, tutto sembra possibile all’estero e poco o niente gli è permesso in Italia. Ti verrebbe di dire loro: “fate un biglietto di sola andata e tornate per trascorre il periodo delle vacanze”.

Nella campagna elettorale, appena passata, il tema della libertà era assente, tranne nei discorsi di Beppe Grillo. Al posto di libertà tutti parlavano di diritto: al lavoro, alla salute, al reddito minimo e così via. Ma il reddito minimo, ad esempio, siamo sicuri che sia un diritto? Io credo, piuttosto, che si tratti di una condizione per essere liberi, liberi di poter cambiare lavoro senza correre il rischio di finire in miseria. Ogni uomo dovrebbe essere libero, in ogni condizione, questa è la cosa che dovrebbe stare a cuore di chi si candida a guidare una città, una regione o l’intero Paese. Invece, la classe politica tradizionale insiste a voler attribuire diritti, solo per il semplice motivo di continuare ad essere lei a garantirli. La classe politica tradizionale si è sempre comportata di fronte alle masse partendo dal concetto di doverle organizzare secondo le proprie forme e i propri metodi. Si sono contrapposte, come due antitesi azione ‘spontanea’, e azione ‘organizzata’. Si è pensato troppo poco però che in ogni azione politica delle masse c’è un elemento di organizzazione magari difficilmente afferrabile, ma che è importantissimo per noi conoscere. Credo che il M5S ne stia dando un prova. La spontaneità che sta alla base del Movimento è una forma di organizzazione. I legami, i contatti fra uomo e uomo, fra gruppo e gruppo, esistono già indipendentemente dai partiti. Sono i legami di vecchia amicizia o parentela o collaborazione che ogni operaio ha con altri operai, sono i legami del lavoro comune, della reciproca fiducia, della consuetudine quotidiana. Lo spirito delle masse è così omogeneo e diffuso che si può dire ogni cittadino ha un suo modo di assumere informazioni, di esprimere pareri, di commentare fatti; ha insomma un suo personale ambiente politico del quale si sente sicuro, e che non vorrebbe cambiare con altri sistemi regolati e provati: ambienti questi che si sono quasi sempre limitati alla sterile lamentela. Ma possono facilmente (e lo abbiamo visto nei mesi scorsi) evolversi a forme molto più serie. Una volta inserita una parola, una notizia, uno stampato in questo sistema capillare, esso si muove, si articola da sé. In conclusione, non si tratta di eliminare la spontaneità, ma anzi di coltivarla, potenziarla, riempirla di contenuto.

Altro importante aspetto, importante almeno per me, sul quale non si riflette abbastanza e tanto meno si parla o si scrive abbastanza, è la sovrapposizione delle generazioni. Io appartengo a quella che è stata volutamente sacrificata per garantire i privilegi della generazione precedente.

Questo Paese è vecchio, non perchè si è abbassato il tasso di natalità e perchè, di conseguenza, la popolazione è più vecchia. Ma perchè i nostri padri e nonni sono ancora lì che gestiscono al posto nostro e non intendono andar via.

Imprenditori, burocrati, politici non riescono a comprendere che il passaggio di consegna deve avvenire per tempo, in maniera graduale. Non vogliono abbandonare posizioni di potere acquisito. In un Paese moderno e civile non dovrebbe accadere che un 75enne si candidi alle elezioni, o che stia alla guida di un’impresa. Non dovrebbe accadere che un impiegato pubblico, sia egli docente universitario o dirigente di un assessorato regionale, vada in pensione il giorno prima, per ritornare il giorno dopo, come docente a contratto o consulente. È tempo che ci si convinca tutti che si può fare a meno di risorse, ancorchè qualificate, ma vecchie.

È tempo di capire che occorre dare spazio e voce a chi ha l’energia per cambiare e la voglia di fare dalla sua parte, pur non avendo l’esperienza. È tempo di capire che il cambiamento va accompagnato, chi esce dai luoghi di lavoro deve preparare la sua successione, non ostacolarla.

5543672069_1e53f00e07_zÈ un modello che non può funzionare e quando il giovane si trova a dover prendere il posto dell’anziano, perchè questo è passato a miglior vita, il passaggio sarà ancora più traumatico. Questa è una fase di sovrapposizione delle generazioni (overlapping generation), caratterizzata dalla compresenza due generazioni che non possono essere complementari, ma alternative. Per garantire un reddito alla generazione precedente si è sacrificata la possibilità di darne uno alla generazione futura. Nessuna politica di redistribuzione del reddito potrà garantire alla generazione presente una pensione. Il fatto che i nostri padri hanno avuto due lavori, uno pubblico ed un privato, pesa sul nostro presente lavorativo e sul nostro futuro pensionistico. La mia generazione e, forse quella successiva alla mia, sta pagando il prezzo dei privilegi garantiti alla generazione dei nostri padri. Cosa vuol dire questo, che dovremmo insorgere contro di loro? Certamente NO! Ma dovremmo riflettere e capire che la nostra generazione deve sudare molto dippiù per ottenere quello che dovrebbe essere un suo diritto, il diritto di essere liberi.

di Sebastiano Patti